Da otto anni insegnava religione al liceo Keplero di Roma, l´istituto balzato agli onori delle cronache per aver introdotto la scorsa primavera distributori di condom a scuola. Ma da settembre Genesio Petrucci è disoccupato: «Il mio contratto non è stato rinnovato – racconta l´ex professore, 35 anni – ho chiesto spiegazioni al Vicariato e mi è stato comunicato a voce che la motivazione ufficiale era legata al mio assenso al progetto di educazione sessuale della scuola». Petrucci, infatti, lo scorso anno si era dichiarato d´accordo con l´iniziativa: «Il nostro intento non era di "istigare" i ragazzi ad avere rapporti, ma di responsabilizzarli, in modo che si rendessero conto dei possibili rischi». Ma alla radice del mancato rinnovo del contratto, secondo l´ex-docente, potrebbero esserci anche altre ragioni: «Nel febbraio 2010 ero stato convocato dal direttore dell´ufficio scuola del Vicariato di Roma. Mi comunicò la criticità della mia situazione, in quanto, da segnalazioni ricevute, risultava "chiaro il mio stato di omosessuale e di uomo di sinistra"». Petrucci rimase sbalordito: «Ho sempre tenuto le mie opinioni politiche e le mie preferenze sessuali fuori dalla scuola. In passato ho partecipato a alcune manifestazioni per i diritti dei gay, ma a titolo privato». L´ex docente è profondamente amareggiato: «Dopo 11 anni di insegnamento non meritavo questo, non ne ho parlato prima perché pensavo sarei riuscito a elaborare il "lutto" della perdita del mio lavoro, ma la scuola per me era tutto». Solidali con il prof, i colleghi, gli studenti (che hanno addirittura fondato un suo fan club su Facebook) e il preside, Antonio Panaccione: «Era molto bravo e amato dai ragazzi, ma probabilmente la sua apertura mentale dava fastidio. Ci dispiace che non insegni più qui».
01 Marzo 2011
27 Rosso
Il mio pescato nella rete...
martedì 1 marzo 2011
venerdì 25 febbraio 2011
Kostituzione 2.0
ma non era:
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martedì 15 febbraio 2011
New adventure in my hi-fi
"Difficile pensare a un gruppo che negli ultimi anni abbia segnato in maniera più profonda il panorama rock degli Arcade Fire. E questo non solo in ambito indie, ove la loro influenza è sempre più avvertibile su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma anche in ambienti mainstream, viste le lodi sperticate spese in loro favore dai vari U2, David Bowie, Chris Martin e Bruce Springsteen. Il che sarebbe già di per sé tanto, ma diventa tantissimo se si pensa che tali risultati sono stati raggiunti seguendo un percorso ben definito, lontano da qualsivoglia concessione ai modi e tempi dell’industria musicale (sia over che underground) e da clamori che non fossero legati alle canzoni stesse. Non solo allora Win Butler e soci sono artisti di talento, ma vantano pure una personalità e una decisione che sembrano mancare a molti dei loro colleghi. Quelle che hanno fatto sì che non si siano accontentati di ripetere una formula rivelatasi vincente, ma abbiano preferito muoversi, crescere, magari correndo qualche rischio di sembrare troppo magniloquenti o pretenziosi. Ecco dunque che il loro secondo lavoro, “Neon Bible”, non si adagiava sulle saltellanti ritmiche talkingheadsiane dell’esordio né sul suo impatto post-punk, ma sfoggiava arrangiamenti più enfatici e pieni, grazie all’uso di organi chiesastici, orchestra e cori: scontentando chi preferiva l’immediatezza del primo al bum, ma realizzando una incontrovertibile dichiarazione di intenti artistica. Se c’era quindi una certezza riguardo alla loro opera terza ancor prima che fosse possibile ascoltarne una nota, era proprio che sarebbe stata in qualche modo diversa dalle precedenti, fermo restando l’ormai riconoscibilissima identità sonora dei suoi autori.
E così è stato, perché se da una parte “The Suburbi” è inevitabilmente in netta continuità con la produzione passata degli Arcade Fire (nell’uso degli archi, per esempio, così come nell’epicità più o meno strisciante che l’accompagna), dall’altra si colloca a una certa distanza tanto dalla relativa e travolgente immediatezza di “Funeral” quanto dalla sontuosa densità di “Neon Bible”. Dal punto di vista sonoro gli arrangiamenti, pur rimanendo parecchio stratificati, sono nel complesso più asciutti, con solo gli archi ad affiancarsi a plettri e tasti (niente più fiati, insomma), e al tempo stesso sono ancora più vari, con tocchi di elettronica in precedenza assenti dalla tavolozza della band e soluzioni inaspettate: l’incedere quasi kinksiano - o comunque molto “brit” - della title track, per esempio, i tempi dispari che minano peraltro solo in parte l’orecchiabilità di “Modern Man”, il passo quasi glam-stonesiano di “City With No Children”, il jingle-jangle che apre l’eccellente “Suburban War”, fino a una “Half Light II (No Celebration)” che crea un ponte tra la Berlino algida di “Herpes” e quella post-industriale di “Achtung Baby” e a una “Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)” che è in tutto e per tutto un pezzo synth pop (tra Blondie e T’Pau, se vogliamo), a suo modo riuscito ma probabilmente indigesto per parte dei fan. E se, come era lecito aspettarsi, non mancano momenti di grande impatto (“Ready To Start”, “We Used To Wait”, “Empty Room”, le cadenze garage-kraut di “Month Of May”), ve ne sono altri in cui il tono si fa decisamente introspettivo, e la rabbia cede il passo alla malinconia, come in “Wasted Hours” e “Deep Blue”, dalla palpabile intelaiatura acustica, e ancora di più in una “Sprawl I (Flatland)” talmente scura da stringere il cuore. Senza dimenticare una “Rococo” la cui intimità si trasforma in un’esplosione di elettricità ai confini con la dissonanza.
Impossibile al momento dire con sicurezza se “The Suburbi” - i cui brani sono collegati da un filo rosso tematico legato proprio al mondo delle periferie - sia migliore o peggiore dei primi due lavori. A pelle la sensazione è che, fatta salva qualche eccezione, la scrittura sia senz’altro meno immediata e forse appena meno brillante, ma altrettanto forte è l’idea che servano più e più frequentazioni perché l’universo contenuto in queste sedici tracce (per sessantacinque minuti totali) si sveli in pieno. Pertanto, ci si prepari a sentirlo e sentirlo ancora, con piacere, ben consci che non si tratta affatto di tempo sprecato. “Now our lives are changing fast / Hope that something pure can last” canta Win in “We Used To Wait”: per quanto ci riguarda, missione compiuta."
di Aurelio Pasini
tratto dal Mucchio n°674
Qualche cosa di sinistro
"So che la Lega non è razzista e appoggeremo Maroni nella sua richiesta di maggiore condivisione europea di fronte all’emergenza in Nord Africa. Propongo un patto tra forze popolari. Se cade il governo, impegno me e il mio partito a portare avanti la prospettiva autonomista"
Pierluigi Bersani, Segretario del PD in una intervista alla Padania del 15/02/2011.
Pierluigi Bersani, Segretario del PD in una intervista alla Padania del 15/02/2011.
La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio
"Nel 1948, dopo l’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti, mezzo paese si trovava pronto ad insorgere.
Secondo una fola che ogni sportivo italiano ha sentito ripetere, i comunisti si sarebbero astenuti dal principiare la rivolta grazie a una vittoria di Gino Bartali al Tour de France; la notizia, portata dalla radio in ogni angolo della giovane Repubblica, avrebbe infatti mandato in sollucchero i «Rossi», facendoli sentire finalmente fratelli di ogni altro italiano.
Se rivolta non vi fu, naturalmente, è perché non fu comandata dal Partito; in caso contrario, che quel giorno Bartali vincesse per distacco o che rovinasse bestemmiando in una scarpata pirenaica, nessuno avrebbe impedito scontri su larga scala fra militanti e forze dell’ordine.
Eppure, nella coscienza collettiva degli italiani, è stato un ciclista a salvare il paese dal caos.
Com’è possibile?
Il fatto è che la Storia la scrive chi vince, ma saperne inventare di nuove aiuta a mantenere il Potere.
Negli ambienti democristiani, raccontare che Bartali aveva paralizzato a distanza gli scalmanati comunisti pronti al peggio suonava rassicurante. Era la conferma che la Provvidenza può manifestarsi nelle maniere più inattese, persino attraverso le pedalate d’un campione (purché non immorale come Fausto Coppi).
Gino Bartali sapeva bene di non essere un santo dell’antichità, eppure se ne ritrovò cucita addosso la nomea: che se ne rendesse conto o meno, aveva compiuto un miracolo, il primo avvenuto via radio.
Di quanti e quali sarebbe stata capace la televisione italiana, all’epoca ancora non si sospettava niente.
Col tempo, invece, ci saremmo abituati a una qualità nuova di emozioni: avremmo visto Raffaella Carrà propiziare l’incontro di fratelli separati da cinquant’anni, e restituire la parola in diretta a una bambina muta.
Avremmo visto Enzo Tortora finire in carcere, e riapparire in tivù poco prima di morire, papa Giovanni Paolo II cadere sotto i colpi dell’attentatore, ristabilirsi e viaggiare per tutto il mondo, mentre Iva Zanicchi ci sfidava a indovinare il prezzo giusto e Mino Damato camminava sui carboni ardenti. Grazie alla televisione avremmo potuto seguire la seconda vita di Paolo Bonolis senza il pupazzo Uan, e tante nostre impacciate coetanee si sarebbero trasformate in vallette e cubiste, o almeno ci avrebbero provato.
Come il presunto miracolo radiofonico di Bartali, anche quelli della televisione italiana avrebbero avuto talora l’effetto collaterale di nuocere all’onorabilità, al morale e all’esistenza stessa della Sinistra italiana – ma i miracoli son miracoli, mica si può restituirli al mittente.
Semmai, bisogna essere capaci di raccontarli.
Quando il Silvio, raccontatore di miracoli impareggiabile, si affacciò sulla scena politica, ancora si ripeteva in giro che la televisione era lo specchio della società.
Era un’interpretazione ormai inadeguata: presto la società italiana sarebbe entrata dentro quello strano specchio, tutta intera come Alice e, come lei, sarebbe partita per il viaggio più colorato e spaventoso della propria Storia."
Estratto dal libro in oggetto di Enrico Brizzi, (Contromano)
Secondo una fola che ogni sportivo italiano ha sentito ripetere, i comunisti si sarebbero astenuti dal principiare la rivolta grazie a una vittoria di Gino Bartali al Tour de France; la notizia, portata dalla radio in ogni angolo della giovane Repubblica, avrebbe infatti mandato in sollucchero i «Rossi», facendoli sentire finalmente fratelli di ogni altro italiano.
Se rivolta non vi fu, naturalmente, è perché non fu comandata dal Partito; in caso contrario, che quel giorno Bartali vincesse per distacco o che rovinasse bestemmiando in una scarpata pirenaica, nessuno avrebbe impedito scontri su larga scala fra militanti e forze dell’ordine.
Eppure, nella coscienza collettiva degli italiani, è stato un ciclista a salvare il paese dal caos.
Com’è possibile?
Il fatto è che la Storia la scrive chi vince, ma saperne inventare di nuove aiuta a mantenere il Potere.
Negli ambienti democristiani, raccontare che Bartali aveva paralizzato a distanza gli scalmanati comunisti pronti al peggio suonava rassicurante. Era la conferma che la Provvidenza può manifestarsi nelle maniere più inattese, persino attraverso le pedalate d’un campione (purché non immorale come Fausto Coppi).
Gino Bartali sapeva bene di non essere un santo dell’antichità, eppure se ne ritrovò cucita addosso la nomea: che se ne rendesse conto o meno, aveva compiuto un miracolo, il primo avvenuto via radio.
Di quanti e quali sarebbe stata capace la televisione italiana, all’epoca ancora non si sospettava niente.
Col tempo, invece, ci saremmo abituati a una qualità nuova di emozioni: avremmo visto Raffaella Carrà propiziare l’incontro di fratelli separati da cinquant’anni, e restituire la parola in diretta a una bambina muta.
Avremmo visto Enzo Tortora finire in carcere, e riapparire in tivù poco prima di morire, papa Giovanni Paolo II cadere sotto i colpi dell’attentatore, ristabilirsi e viaggiare per tutto il mondo, mentre Iva Zanicchi ci sfidava a indovinare il prezzo giusto e Mino Damato camminava sui carboni ardenti. Grazie alla televisione avremmo potuto seguire la seconda vita di Paolo Bonolis senza il pupazzo Uan, e tante nostre impacciate coetanee si sarebbero trasformate in vallette e cubiste, o almeno ci avrebbero provato.
Come il presunto miracolo radiofonico di Bartali, anche quelli della televisione italiana avrebbero avuto talora l’effetto collaterale di nuocere all’onorabilità, al morale e all’esistenza stessa della Sinistra italiana – ma i miracoli son miracoli, mica si può restituirli al mittente.
Semmai, bisogna essere capaci di raccontarli.
Quando il Silvio, raccontatore di miracoli impareggiabile, si affacciò sulla scena politica, ancora si ripeteva in giro che la televisione era lo specchio della società.
Era un’interpretazione ormai inadeguata: presto la società italiana sarebbe entrata dentro quello strano specchio, tutta intera come Alice e, come lei, sarebbe partita per il viaggio più colorato e spaventoso della propria Storia."
Estratto dal libro in oggetto di Enrico Brizzi, (Contromano)
mercoledì 9 febbraio 2011
Era meglio quando era peggio...
e per fortuna che Renzi doveva rappresentare la speranza per il futuro del PD...
da La Stampa.it
Renzi: l'antiberlusconismo
danneggia l'opposizione
Il sindaco di Firenze: non siamo in un'emergenza democratica
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