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venerdì 25 febbraio 2011
Kostituzione 2.0
martedì 15 febbraio 2011
New adventure in my hi-fi
di Aurelio Pasini
tratto dal Mucchio n°674
Qualche cosa di sinistro
Pierluigi Bersani, Segretario del PD in una intervista alla Padania del 15/02/2011.
La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio
Secondo una fola che ogni sportivo italiano ha sentito ripetere, i comunisti si sarebbero astenuti dal principiare la rivolta grazie a una vittoria di Gino Bartali al Tour de France; la notizia, portata dalla radio in ogni angolo della giovane Repubblica, avrebbe infatti mandato in sollucchero i «Rossi», facendoli sentire finalmente fratelli di ogni altro italiano.
Se rivolta non vi fu, naturalmente, è perché non fu comandata dal Partito; in caso contrario, che quel giorno Bartali vincesse per distacco o che rovinasse bestemmiando in una scarpata pirenaica, nessuno avrebbe impedito scontri su larga scala fra militanti e forze dell’ordine.
Eppure, nella coscienza collettiva degli italiani, è stato un ciclista a salvare il paese dal caos.
Com’è possibile?
Il fatto è che la Storia la scrive chi vince, ma saperne inventare di nuove aiuta a mantenere il Potere.
Negli ambienti democristiani, raccontare che Bartali aveva paralizzato a distanza gli scalmanati comunisti pronti al peggio suonava rassicurante. Era la conferma che la Provvidenza può manifestarsi nelle maniere più inattese, persino attraverso le pedalate d’un campione (purché non immorale come Fausto Coppi).
Gino Bartali sapeva bene di non essere un santo dell’antichità, eppure se ne ritrovò cucita addosso la nomea: che se ne rendesse conto o meno, aveva compiuto un miracolo, il primo avvenuto via radio.
Di quanti e quali sarebbe stata capace la televisione italiana, all’epoca ancora non si sospettava niente.
Col tempo, invece, ci saremmo abituati a una qualità nuova di emozioni: avremmo visto Raffaella Carrà propiziare l’incontro di fratelli separati da cinquant’anni, e restituire la parola in diretta a una bambina muta.
Avremmo visto Enzo Tortora finire in carcere, e riapparire in tivù poco prima di morire, papa Giovanni Paolo II cadere sotto i colpi dell’attentatore, ristabilirsi e viaggiare per tutto il mondo, mentre Iva Zanicchi ci sfidava a indovinare il prezzo giusto e Mino Damato camminava sui carboni ardenti. Grazie alla televisione avremmo potuto seguire la seconda vita di Paolo Bonolis senza il pupazzo Uan, e tante nostre impacciate coetanee si sarebbero trasformate in vallette e cubiste, o almeno ci avrebbero provato.
Come il presunto miracolo radiofonico di Bartali, anche quelli della televisione italiana avrebbero avuto talora l’effetto collaterale di nuocere all’onorabilità, al morale e all’esistenza stessa della Sinistra italiana – ma i miracoli son miracoli, mica si può restituirli al mittente.
Semmai, bisogna essere capaci di raccontarli.
Quando il Silvio, raccontatore di miracoli impareggiabile, si affacciò sulla scena politica, ancora si ripeteva in giro che la televisione era lo specchio della società.
Era un’interpretazione ormai inadeguata: presto la società italiana sarebbe entrata dentro quello strano specchio, tutta intera come Alice e, come lei, sarebbe partita per il viaggio più colorato e spaventoso della propria Storia."
Estratto dal libro in oggetto di Enrico Brizzi, (Contromano)
mercoledì 9 febbraio 2011
Era meglio quando era peggio...
e per fortuna che Renzi doveva rappresentare la speranza per il futuro del PD...
da La Stampa.it
Renzi: l'antiberlusconismo
danneggia l'opposizione
Il sindaco di Firenze: non siamo in un'emergenza democratica
lega mora
"Venezia da Mann a Mora" di Alberto Statera da Repubblica.it
Mentre il ministro per la complicazione Roberto Calderoli si è distratto un momento e ha sbagliato ad abrogare una norma di un regio decreto del 1904 "statalizzando" così in nome del federalismo il Canal Grande e mentre prosegue l'inchiesta sulle gesta della cricca della Protezione civile nella realizzazione del nuovo palazzo del Cinema, è scattata l'operazione Mora. Il presidente leghista della Municipalità del Lido e Pellestrina Giorgio Vianello ha reclutato il protagonista di quella che è stata definita "mignottocrazia" per un mirabolante programma di eventi nei luoghi di "Morte a Venezia", che naturalmente non trascura l'utilizzo di un superbo cast di modelle.
"Il Lido ha bisogno di rilancio e di eventi mediatici - ha spiegato questo Vianello - che attirino l'attenzione generale. Chi è che al Lido potrebbe portare sfilate con i grandi nomi della moda, concerti di Bob Sinclair e Fabri Fibra, idoli dei giovani d'oggi ? E poi parliamo di dirette quotidiane dalla spiaggia del Blue Moon con Rtl, radio di livello nazionale, la notte bianca, il torneo di tennis coi calciatori di serie A". E chissà che non scenda in campo anche Emilio Fede. Un programma di eventi degno di Rimini.
Gli albergatori esultano soprattutto per la sfilata di lingerie Yamamai. Chissà che per mostrare i nuovi push-up Lele non assoldi persino Ruby. Ma il bello è che persino i berlusconiani locali hanno preso le distanze dal progetto leghista: "Un'iniziativa personale dei lidensi che non ha nulla a che fare con il Pdl", ha avvertito il capogruppo in consiglio comunale Michele Zuin. Così le cose sono degenerate al punto che nel nome di Lele Mora il Caroccio minaccia la crisi della Municipalità del Lido e Pellestrina. "Basta, siamo stanchi di essere sbeffeggiati dal Pdl, non accettiamo diktat su Lele Mora", ha tuonato il capogruppo a Cà Farsetti Alberto Mazzonetto "O è così, oppure siamo pronti a rompere l'alleanza con il Pdl e andiamo tutti a casa".
Si attendono adesso, in nome del federalismo, le direttive del sempre più rissoso Politburo leghista, da Giampaolo Gobbo, segretario "nazionale" della Liga Veneta, al governatore Luca Zaia, e, su su, fino al ministro dell'Interno Bobo Maroni e a Lui. Chissà che in questa helzapoppin lagunare e italica il Senatur non decida di staccare la spina a Berlusconi e al governo. Non contro, ma in difesa del "fornitore di fiducia" Lele.
lunedì 7 febbraio 2011
Spezzare il pane
Rino Fisichella, presidente della pontificia Accademia per la vita
da il Fatto Quotidiano 4 Febbraio 2011:
Il sindaco leghista ordina“Non fatela mangiare”
Nella Scuola dell'Infanzia di Fossalta di Piave in Veneto per aiutare una piccola di origine africana le maestre si privano di un pasto alla settimana, ma il primo cittadino dice no.
Una maesta racconta "Io sono cattolica. Se ho Cristo dietro le spalle, sul muro della mia classe, non posso negare il pane a una bimba."
venerdì 4 febbraio 2011
La rivoluzione non russa
Gennaio 1994. Il Cavaliere scende in campo, ha 58 anni: "Per una vera rivoluzione liberale, per un nuovo miracolo italiano".
Giugno 1999: "Determinerò una rivoluzione che io ho definito copernicana, una rivoluzione liberale dello Stato".
Agosto 2000: "Sarà una rivoluzione liberale contro i comunisti!".
Settembre 2000: "O di qua, con noi, con lo sviluppo, la libertà, il benessere, la rivoluzione liberale; o di là, con il centro-sinistra, con il rischio regime".
Novembre 2000: "Lo prometto: farò una rivoluzione".
Maggio 2001: "Ve lo prometto, se avremo una vasta maggioranza ed io andrò a Palazzo Chigi, andrò per fare una rivoluzione liberale".
Dicembre 2004: "Vogliamo una rivoluzione liberale e pacifica".
Gennaio 2005: "Se la sinistra andasse al governo, questo sarebbe l'esito: miseria, terrore, morte. Così come avviene ovunque governi il comunismo, non sarebbe lo Stato liberale che vogliamo noi".
Novembre 2007: "C'è bisogno di una scossa, di una vera scossa, di una rivoluzione liberale".
Aprile 2008: "La ricetta è semplice: quella liberale".
Marzo 2009, nasce il Pdl: "Quella del Popolo delle Libertà sarà una rivoluzione liberale, moderata, borghese, popolare e interclassista".
Marzo 2010, non solo per sconfiggere il cancro: "Lavoreremo per quella rivoluzione liberale che abbiamo promesso agli italiani".
Marzo 2010, a Napoli: "Riforma delle istituzioni e modernizzazione del fisco: dobbiamo partire da una rivoluzione liberale".
Luglio 2010: "Abbiamo deciso di avviare una grande rivoluzione liberale".
Ottobre 2010: "Attueremo una profonda rivoluzione liberale. Nel 2013 noi lasceremo agli elettori un'Italia più liberale".
Febbraio 2011. Dal giuramento del 1994 sono passati quasi 20 anni, il Premier oramai ne ha 75 ed è in assoluto il più anziano leader occidentale. Ha governato ininterrottamente per un decennio, con maggioranze spesso schiaccianti. E sì, ha appena descritto agli italiani la sua nuova strategia:
Homo homini lupus
Uomini e cani
di Giorgio Cremaschi da liberazione.itIl massacro di 100 cani husky in Canada è una rappresentazione del capitalismo selvaggio di oggi. Anche il Corriere della Sera titola in prima pagina “Il massacro dei cani disoccupati”, dando così una dimensione sociale collocata nell’attuale sistema economico. Il bell’articolo dell’etologo Danilo Mainardi coglie soprattutto l’aspetto della ferocia dell’uomo verso il suo migliore amico animale, ma tralascia la dimensione umana che pure è nel titolo.
La storia è questa. Una delle attività collaterali, l’indotto, delle Olimpiadi canadesi era costituita dal portare in giro i turisti in slitta. I cani husky erano il motore. Finito il successo dell’iniziativa, l’imprenditore, un giovane rampante di 29 anni, si è trovato con 100 bocche canine improduttive da sfamare. Allora ha deciso di liquidare l’investimento e ha affidato al suo dipendente, che era anche l’allevatore a cui i cani erano affezionati, il compito di ucciderli tutti. Puntando al massimo risparmio, visto che una puntura per una morte dolce costa 100 dollari a cane, e usando tutta la sua autorità imprenditoriale sul suo dipendente, ha quindi imposto un barbaro massacro. Gli husky sono stati così uccisi a coltellate e la notizia si è saputa perché il loro carnefice non ha retto agli incubi successivi e ha chiesto i danni per lo stress psicologico.
Sono sicuro che adesso ci diranno che riflettere su questo terribile episodio significa abbandonarsi alle solite generalizzazioni dei comunisti, che vedono profitto e mercato dappertutto. Il problema è che profitto e mercato sono davvero dappertutto e hanno trasformato tutto in merce, anzi, in merce usa e getta. I cani sono stati soppressi perché improduttivi, nel civilissimo Canada, uno degli otto paesi più ricchi al mondo.
Naturalmente adesso si dirà che quello è un caso estremo, ma la misura della produttività della natura, degli animali, delle persone, non è forse il criterio guida di ogni scelta economica e sociale oggi? Non vorrete mica paragonare i cani alle persone, immagino ci si dica. Eppure, se le persone, come alla Fiat e in tante altre aziende, vengono costrette a uno sfruttamento che le rende rapidamente improduttive, perché non domandarsi che fine faranno? Certo, per gli esseri umani ci sono lo stato sociale, la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione, ma non sentiamo dire che tutto questo costa troppo? Cosa succederà il giorno in cui ci diranno che il debito pubblico e il profitto privato non possono più permettersi di mantenere assenteisti, improduttivi, persone che comunque non fanno guadagnare il dovuto?
Ebbene sì, abbiamo associato il massacro dei cani all’omelia terribile del vescovo di Munster, raccontata da Paolini in un suo bellissimo spettacolo. Quel vescovo, durante il nazismo, ebbe il coraggio di alzare una voce contro il massacro dei disabili che il nazismo praticava nel nome della selezione della specie. Quel vescovo disse che non si può uccidere un essere umano solo perché improduttivo. Quanto è avvenuto in Canada, ha avuto tanto scalpore non solo per la crudeltà del fatto in sé, ma perché ha smosso una paura riposta nella nostra coscienza profonda. I cani uccisi sono stati in fondo umanizzati, tanto quanto è stato bestiale l’atto umano che li sopprimeva. E’ la rottamazione di esseri viventi nel nome della produttività di mercato che ci colpisce e ci fa sentire quel massacro come un monito alla nostra umanità.
E’ questo che mette i dubbi anche al Corriere della Sera. Fin dove si spingerà questa logica? Nel medioevo i guerrieri venivano abituati alla crudeltà sugli esseri umani, partendo da quella con gli animali. Chi doveva combattere, fin da piccolo, era educato ad essere feroce senza ragione verso gli animali perché poi lo fosse anche verso i nemici, le loro famiglie, i loro figli. Noi oggi viviamo in una società dell’informazione nella quale però la fisicità del male viene celata. Siamo in guerra, lo vediamo sui telegiornali, ma gli unici morti che vediamo sono quelli celati nelle cerimonie ufficiali. Il sangue, il male, il dolore, non si vedono, tanto è vero che quando riescono ad emergere ne siamo tutti sconvolti. Non sarà allora che ci si vuole riabituare, come nel medioevo, alla inevitabilità della crudeltà per sopravvivere? Non sarà che nel nome della produttività e della selezione sociale e dell’autorità imprenditoriale, un po’ alla volta, ciò che è rimosso dall’informazione riemerge nei nostri comportamenti come ferocia assoluta? La rieducazione alla ferocia oggi non si fa più nel nome di una razza o di un regno, ma semplicemente nel nome del profitto e della produttività. Per questo il massacro degli husky non solo ci indigna, ma ci inquieta, ci spaventa. Ci fa riflettere su questa società mostruosa e sulla mega macchina dello sfruttamento che la muove. Se non proviamo a fermarla essa ci divorerà.
mercoledì 2 febbraio 2011
Real Politik
01/02/11 da ansa.it: Luca Barbareschi lascia Futuro e Libertà e passa nei ranghi dei Responsabili, fedeli al governo Berlusconi
01/02/11 da ansa.it: Luca Barbareschi non lascia Fli, ma potrebbe lasciare la Camera.
01/02/11 da www.lucabarbareschi.it: Lunedì 7 febbraio ore 21.05 in prima visione su Rai 3 "Il trasformista" di e con Luca Barbareschi
Geniale! Qual'è l'uomo e qual'è l'attore? imperscrutabile...
martedì 1 febbraio 2011
I 20 migliori dischi del 2010 (Secondo il Mucchio)
Alterno Interno
Cosa c'è di peggio nella vita che avere un compagno di banco romanista, e quindi con il mito dei brasiliani, e di conseguenza tifoso di Senna? Forse avere un compagno di banco che con la penna in mano è un talento... mentre te quando scrivi sembra che in mano hai la zappa...
Infatti giornalista è diventato lui...
Ayrton Senna da Silva indubbiamente è stato un genio delle quattro ruote, in assoluto uno dei più grandi nella storia, uno di quei piloti che - si fosse o no suoi tifosi - sapevano regalare emozioni, in un tempo in cui la Formula 1 era uno spettacolo quasi sempre vibrante, addirittura mozzafiato. Un primo attore, il brasiliano, protagonista negli anni segnati da altri grandissimi dell’automobilismo: Nigel Mansell, Nelson Piquet e il ’grande nemico’, il francese Alain Prost, ognuno di loro emblema di una generazione che tantissimo ha dato alla leggenda di questo sport.
Una leggenda che, nel caso dello sfortunato ragazzo di São Paulo, è durata solamente un decennio, una luminosa parabola che ha unito due differenti epoche: il 1984 di Niki Lauda che vinceva il suo ultimo Mondiale su quella che un giorno sarebbe diventata la macchina di Ayrton – la McLaren – mentre il ventiquattrenne Senna già stupiva tutti sulla mediocre Toleman, in particolare grazie all’impresa di Montecarlo, sotto una pioggia battente, una vittoria scippatagli dal direttore di corsa Jacky Ickx in favore di Prost; e poi il 1994 di quel maledetto 1 maggio, in quello che è stato il più folle e tragico week end nella storia della massima categoria dell’automobilismo su circuito, quando due piloti, due persone, si spegnevano per sempre (sabato il novizio Roland Ratzenberger, domenica Ayrton, l’idolo delle folle), mentre una nuova stella già si profilava all’orizzonte, quella del tedesco volante Michael Schumacher.
Il documentario di Asif Kapadia, trentottenne regista londinese di origine indiana, è un percorso che affronta la vita del campione paulista, un lavoro cui il cineasta ha fatto assumere il profilo di un racconto intimo, con l’obiettivo di dare vita a un rapporto di empatia tra l’attore protagonista e lo spettatore. Un viaggio nella vita di un uomo, non solo il ritratto di un personaggio pubblico. Un film toccante, dove sfila l’amore di Senna per i genitori, come quello per le sue partner e il profondissimo rapporto che lo legava alla religione («Nada pode me separar do amor de Deus» recita l’iscrizione sulla sua lapide); l’amore per le corse e l’odio verso il sistema politico che domina la Formula 1 e cui lui non riuscì mai a uniformarsi; l’amore per il suo Paese, il quale lasciava molti suoi abitanti in una situazione di profonda indigenza, connazionali, persone, che il Campione cercava di aiutare attraverso donazioni, col fine di poter regalare loro un futuro; infine la bandiera austriaca che Ayrton portava con sé nell’abitacolo della sua ultima macchina, il drappo che avrebbe sventolato in onore di Ratzenberger se fosse riuscito a vincere quel gran premio. Una kermesse, quella di Imola nel ’94, che, grazie a un sotterfugio, non venne fermata già dopo di quel primo, mortale, incidente. ’The Show Must Go On’, sempre, per il ricchissimo Circus di nani e ballerine gestito dalla FIA (e da Bernie Ecclestone): basti pensare, per esempio, alla morte di Roger Williamson in Olanda nel 1973, con l’eroico, inutile e doloroso gesto di David Purley, rimasto da solo mentre nessun altro si fermò ad aiutarlo; anzi, sfrecciando, le macchine non facevano altro che alimentare ancor più l’incendio. Perlomeno quello che accadde allora non fu dimenticato: ossia quando il ben più fortunato Niki Lauda, nel ’76, venne salvato da quattro suoi colleghi, probabilmente memori di quanto era accaduto al povero pilota inglese.
Da una parte il Sacrificio; dall’altra la Salvezza.
Senna, per quanto riguarda la sfera più propriamente sportiva e pubblica, verrà ricordato soprattutto per la sua aspra rivalità con Alain Prost. Un destino, quello dei due fuoriclasse, indissolubilmente legato, fin dall’inizio. Dal Gp di Montecarlo del 1984, interrotto quando non si era ancora giunti alla metà dei giri previsti e che forse costò il Mondiale allo stesso pilota francese (che arrivò dietro Lauda di solo mezzo punto) poiché, come da regolamento, i punteggi vennero dimezzati. Dovranno passare alcuni anni, però, prima che anche il brasiliano possa contare su di un mezzo adeguato per poter lottare per il titolo, dopo il triennio alla Lotus: e ciò accadrà quando diventerà compagno di squadra di Prost alla McLaren, per una coabitazione che diventerà sempre più difficile, fino a divenire impossibile, con il francese che, nel 1990, passerà alla Ferrari, nell’ultimo anno in cui i due potranno lottare ad armi pari. E proprio quei tre anni, rischiosi per i due protagonisti assoluti a causa di una rivalità che avrebbe potuto arrecare danni alla loro stessa incolumità, furono fondamentali per rilanciare la Formula 1 presso un vastissimo pubblico internazionale. Dopo la parentesi del ’91-’92 che vide Senna lottare contro Nigel Mansell, il ’93 vedrà Prost sostituire quest’ultimo sul sedile di quella macchina perfetta che fu la Williams-Renault, grazie alla quale il pilota francese vincerà il suo quarto e ultimo Mondiale, prima di ritirarsi definitivamente. E proprio Senna, di cinque anni più giovane del suo avversario, come tutti desiderava ardentemente quella Williams, la macchina tecnologicamente più evoluta che si fosse mai vista, contro la quale anche la McLaren aveva dovuto issare bandiera bianca. E questo fu il destino di Senna, nel ’94, per una Formula 1 che rinunciò a tanta elettronica, a tanta tecnologia, perdendo in sicurezza - come accusato dallo stesso brasiliano - col risultato di avere ora macchine più difficili da guidare. Un destino beffardo e tragico, quello del brasiliano, tradito dalla macchina che tanto aveva desiderato per ricominciare a vincere; tradito, in particolare, da un intervento manuale dei suoi meccanici sul piantone dello sterzo (operazione ovviamente da lui stesso richiesta, ma mal realizzata) che non poté più reggere alle sollecitazioni di una Formula 1. Così come furono pochi centimetri a decretarne la morte, con il puntone della sospensione che attraversò il casco: fu questa l’unica vera ferita sul suo corpo.
L’errore umano, quindi, ma anche un caso terribile, come quello che colpì Ratzenberger, il quale morì alla Curva Villeneuve, ossia il tratto di pista dedicato a quello che, fino ad allora, era stato l’ultimo pilota a morire durante un week-end di Formula 1 ben dodici anni prima (escludendo, quindi, Elio De Angelis, il quale perse la vita durante un test privato a Le Castellet nell’86 e che, tra l’altro, fino all’anno prima era stato compagno proprio di Senna, alla Lotus). Oppure il fato che colpì il pompiere volontario della Cea Paolo Gislimberti, che rimase ucciso da una ruota che si era staccata dalla Jordan di Frentzen, coinvolta in un grosso incidente in pista, nel 2000, al Gp di Monza: coincidenza volle che tutto accadesse nel giorno in cui Michael Schumacher raggiunse le vittorie di Senna; e il caso volle che teatro di questa nuova morte fosse ancora l’Italia. Tutto ciò nonostante dal 1994 al 2000 molto si fosse fatto per aumentare la sicurezza in pista (come accaduto soprattutto nell’epoca post-Villeneuve), sia per quanto riguardava i circuiti che le macchine. Comunque Gislimberti è stata l’ultima persona a perdere la vita a causa di un Gran Premio di Formula 1.
Asif Kapadia ha realizzato un film commovente, che sa utilizzare i mezzi espressivi forniti dal cinema ma senza caricarli in alcun modo, montando abilmente materiali di repertorio (molti dei quali erano fino ad ora rimasti inediti), realizzando non solo lo spaccato dell’esistenza di un uomo, ma anche di uno sport colto nella sua ultima epoca di grande splendore. Un’epoca in cui l’uomo era ancora più importante della macchina.
L’unica pecca di Senna, però, risiede in particolare nei modi in cui viene restituita la rivalità con Prost, mentre vengono taciuti anche altri comportamenti non sempre irreprensibili del pilota paulista, giovane che voleva dimostrare tutto il suo talento, pieno di voglia di vincere, e che non rispettava gli ordini, forse perché non apprezzava per nulla l’aspetto maggiormente ’politico’ di quel mondo, comprese certe buone maniere. Un ragazzo che, fin dal primo giorno che mise piede in F1, sembra che nutrisse un forma di emulazione verso Prost, con quest’ultimo come suo principale obbiettivo. E giusto questo manca nel bel documentario del regista inglese: una visione più completa che possa restituire tutta la grandezza e l’ambiguità di una persona chiamata Ayrton Senna; un’ambivalenza grazie alla quale la sua immagine sarebbe uscita ancora più complessa e profonda e, pertanto, più umana.
Perché i motori sono la più grande metafora della vita che lo sport possa offrire, estremizzando le gioie e i dolori che l’esistenza può donare. Anche quando si può essere traditi: dagli uomini come da una macchina. Un mondo spinto all’estremo, come in quegli anni Ottanta, almeno in quel caso un’epoca mitica e ancora romantica, dove due campioni che si completavano a vicenda, la più grande coppia di piloti mai vista nella storia della Formula 1, potevano non sopportarsi ma ugualmente stimarsi e apprezzarsi. Nonostante tutto.

